19 marzo 2011

Il Fondo chiude


Qui o si rifà l'Italia o si muore. Viva l'italia nella notte triste, viva l'Italia, l'Italia che resiste !
Ma intanto il Fondo chiude...

Abbiamo toccato il fondo ? Chissà...Può essere che nelle grandi disgrazie il nostro Paese si riscuota d'improvviso e si rialzi dalla polvere e dalla vergogna. Che un nuovo Risorgimento rimetta in discussione il miserabile stato di cose presente. Un pò come sta accadendo nel mondo arabo, anche se, prima fondamentale differenza, l'età media di quei paesi è 22 anni contro i 44 nostri. Ce li vedete milioni di padri e madri di famiglia occupare a oltranza Piazza Duomo a Milano e S.Giovanni a Roma? Bello, ma improbabile. Insomma, l'Italia ha bisogno davvero di tanti auguri e di uno tsunami delle coscienze. Che peggio di così... anche se mio nonno diceva che al peggio non c'è mai fine....( non moriremo democristiani, ricordate? Democristiani no, berlusconiani forse, e non mi sembra un passo avanti)
Intanto chiudiamo, dopo 10 anni gloriosi belli e incasinati, Il Fondo, inteso come l'Associazione ( ex FondoBoccardi). E' già un miracolo esser durati tanto, aver avuto premi prestigiosi dalla Regione, e denunce, incomprensioni, invidie, ostacoli a iosa proprio a casa, da chi avrebbe dovuto esser contento di darci una mano.Anche da chi ci ha sostenuto editorialmente fino a pochi anni fa, e poi sciaguratamente decise di portare Bianciardi dai nazifascisti di casapound. (Tra parentesi non ci riuscì, tale fu la protesta della sua stessa casa editrice). No, coi fascisti mai, chi ci va si qualifica per quel che è, ci spiace tantissimo per Marcello. In ogni caso son state tante e belle le iniziative, i libri, gli incontri, gli abbracci e i sorrisi. Ricordo per tutti, Luciana Bellini,Emiliano Gucci,David Fiesoli,Alberto Prunetti, Antonello Ricci, Alessandro Tozzi,Manuela Ardingo, Alessandro Angeli,Annalisa Ferrari,oltre che l'uscita (almeno parziale) dall'oblio di Daniele Boccardi ed Eros Penni. L'impegno e l'entusiasmo di Michele, Dario, Sabrina. E tanti, tanti altri.
Rimasto praticamente solo per i casi e il precariato della vita, non mi era più possibile continuare.
Con Fotografi Contro proseguo corsi, incontri e iniziative varie al Centro di Culture Contemporanee Corte dei Miracoli ex O.P. di Siena. In questo senso l'iniziativa del 28 gennaio, "Alla Ricerca del '68 perduto", è stata l'ultima del Fondo e la prima di altre e in altri orizzonti.
Non sono su FB o Twitter o siti vari. Non me ne sono ancora andato via dall'Italia, anche se spero di poterlo fare presto. Ma ho comunque e mail e telefono e sono sempre felice di sentirvi o vedervi tutti di persona.
Un abbraccio forte a tutti/e.
Stefano

Veniam dalla Maremma, avvezzi alla malaria, nel nostro cuore risuona, musica proletaria.....
Nostra patria è il mondo intero, nostra legge la libertà, ed un pensiero ribelle in cuor ci stà....

Potranno tagliare tutti i fiori / ma non riusciranno a fermare la Primavera

22 gennaio 2011

Alla ricerca del '68 perduto

28 gennaio 2011 - ore 17
Le Clarisse - Piazza XXIV Maggio - Massa Marittima
Un racconto per immagini
a cura di Stefano Pacini

...E così il Natale è diventato nient’altro che un formidabile incremento alle vendite. Il capitalismo accumula la ricchezza immensa estorta giorno per giorno al lavoro sfruttato per mascherarsi da papà Natale pronto ad elargirla. Così, ogni anno, a data fissa, i cuori si riempiono di bontà: chi è buono deve regalare, regalare vuol dire spendere, e spendere significa indebitarsi ed ingrassare il padrone. Il cerchio si chiude e il Natale, come tutto il resto, è servito al suo scopo: accrescere i profitti, e farci dimenticare lo sfruttamento. Perciò noi siamo contro questo Natale, ipocrita, commedia commerciale che ci vuole far sentire ricchi una volta all’anno. Contro il ricatto dei padroni, che giocano su tutto, compresi i bambini. A tre anni, grazie alla pubblicità Rai-Tv i bambini acquistano già la mentalità del consumatore idiota e pronto a desiderare tutto quello che il Mercato impone... Non c’è natale per i braccianti di Avola, per i lavoratori e gli studenti in lotta in tutta Italia. La tregua truffatrice dei padroni, Canzonissima e i discorsi di papi e presidenti non ci ingannano. La nostra festa è la lotta continua contro un mondo in cui la ricchezza viene impiegata per perpetuare la miseria e il dominio.

Il Potere Operaio Pisa 24-12-1968

Questa è la mia ultima mostra a Massa. Un progetto cacciato dalla porta tempo fa, e rientrato dalla finestra grazie all'interessamento dell'Università della libera età. E' anche un modo per mettere un punto fermo, andare avanti, andare via da questo disgraziato paese senza onore, dignità,coscienza. Non era questo il paese che avremmo voluto per i nostri figli. Ero giovanissimo, ma ricordo bene l'aria nuova di grandi cambiamenti persino nella nostra provincia profonda. Mia sorella, la prima da sempre in famiglia, frequentava l'Università, e da lì riportava l'esplosione del vecchio mondo secolare, la nuova musica, la contestazione e la ripresa della parola.IL '68 è stato, al termine di quel gomitolo rosso della storia che si dipana dalla Rivoluzione francese, l'ultimo grande moto collettivo e planetario egualitario. Ci si batteva per la libertà, felicità e giustizia per tutti. Per l'emancipazione e liberazione dei popoli. Per la fine dell'oppressione dell'uomo sull'uomo. Per la fine della famiglia patriarcale e maschilista. Per allargare l'area della coscienza, mentre il rock segnava un fossato incolmabile tra il prima e il dopo. Qualcuno ha detto che abbiamo scambiato un tramonto per l'alba. Probabile, in ogni caso i colori erano bellissimi.
C'è un prima e dopo durante il decennio '68-77 della grande rivolta in Italia. Segnato dal 12 dicembre 1969. Dopo la strage di Piazza Fontana,la prima di una lunga serie ,l'assassinio di Giuseppe Pinelli, il primo di una lunga serie senza giustizia, l'atmosfera cambia, le speranze declinano, la lotta politica si fa cattiva e senza pietà, molti già si avviano per la strada suicida della lotta armata. Sono diverse le espressioni anche nelle fotografie. Una generazione intera comunque lotterà per tutti gli anni '70, poi si affermeranno le teorie neoliberiste, l'individualismo e le culture televisive dell'apparire ad ogni costo. L'Italia perde l'occasione di diventare un paese adulto, normale, migliore.
Questa mostra è quindi, non solo dalla parte dei ribelli di allora, ma anche da quella dei cosiddetti cattivi, dei maledetti, dei disconosciuti. Almeno questo frammento di memoria, spero gli possa rendere giustizia. Sperando, oggi come allora: non è che l'inizio, continuiamo la lotta. Dedicato ai ragazzi di Valle Giulia del febbraio '68 e a quelli di Piazza del Popolo del 14 dicembre 2010.
Il '68 è morto, sempre viva il '68 !

18 dicembre 2010

Il 14 Dicembre, Travaglio, Saviano, e avvoltoi vari

Travaglio e Saviano sono due persone perbene e perbeniste di destra, non è una novità, nè uno scandalo, in fin dei conti aspirano a prendere il posto di questa destra estrema al potere , bigotta, razzista , mafiosa ; impresentabile insomma. Problema grande è quello di una opposizione parlamentare inesistente, legata al carro sventurato di Fini e Casini (e pure Rutelli, e anche il mafioso-buono Lombardo, tò! ) con i risultati appena visti, o che spera nella manna dal cielo ( i giudici o un meteorite impazzito ) per levarsi di torno il gran puttaniere dello scacchiere televisivo. Ma c'è una nota positiva: il popolo, visto che in giro non ci sono tanti miliardari da sposare o brioches da mangiare, sta cominciando ad arrabbiarsi sul serio, e si sa, un popolo affamato fa la rivoluzion ( Marx? no , Rita Pavone) . Il 14 dicembre è stata la Valle Giulia del precariato sociale e diffuso, l'inizio di una rivolta autorganizzata. Speriamo che sia solo l'inizio. Come sempre, abbiamo solo le nostre catene da perdere e un mondo nuovo da guadagnare!WMarx W Bakunin W Julian Assange !
Stefano

Il Telepredicatore

Valerio Evangelisti per Infoaut

Roberto Saviano ha scritto, nella sua unica opera narrativa, verità innegabili sulla camorra e sull'intreccio tra affari e malavita. Gliene siamo tutti grati. Ha però interpretato la gratitudine collettiva come un'autorizzazione a predicare sempre e comunque, anche su temi di cui sa poco o niente.Ecco che, su "Repubblica" del 16 dicembre, rivolge una "Lettera ai giovani" firmata da lui e, curiosamente, dall'agenzia che tutela i suoi diritti letterari. E' un'invettiva, a tratti carica di odio, contro i "cinquanta o cento imbecilli" che martedì scorso si sono scontrati a Roma con le forze dell'ordine che bloccavano il centro cittadino. La lettera appare il giorno stesso in cui un gruppo di manifestanti è processato per direttissima. Preferisco pensare che sia un caso, anche se tanta tempestività potrebbe sembrare sospetta. Non dimentico che, solo pochi giorni dopo l'attacco a Gaza e il suo migliaio di morti, Saviano era in Israele a tessere l'elogio di quel paese intento a difendersi dai "terroristi", analoghi ai camorristi che minacciano lui.Ma lasciamo correre, e lasciamo correre anche la connessione tra nazionalismo basco e traffico di droga, che lo stesso governo spagnolo dovette smentire. Veniamo agli scontri di Roma. E' proprio sicuro, Saviano, che i dimostrati fossero cinquanta o cento? Per di più vigliacchi, piagnucolosi, descrivibili come "autonomi" o "black bloc" intenti a imporre la loro violenza - che a suo dire li diverte - alla folla passiva e terrorizzata del corteo? Oltre a parlare in tv, dovrebbe ogni tanto guardarne le immagini. In questo caso avrebbe notato una folla ben più numerosa, e una manifestazione tutt'altro che pronta a sbandarsi in preda alla paura. Così come avrebbe rilevato, nei giorni precedenti, episodi del tutto analoghi a Parigi, ad Atene, a Londra e un po' in tutta Europa. "Autonomi" e "black bloc" anche laggiù?Ciò porterà, dice Saviano, a una limitazione degli spazi di libertà. Non considera che la libertà era già stata circoscritta, con cordoni tesi a proteggere i palazzi del potere da chi quel potere contesta. I dimostranti avevano annunciato che non si sarebbero lasciati imporre alcuna "zona rossa". Così è stato, nel preciso momento in cui si veniva a sapere che un governo discreditato aveva ottenuto la fiducia per pochi voti, grazie a espedienti inconfessabili. Una presa in giro per giovani che non scorgono alcun futuro, e vivono sulla loro pelle le conseguenze umilianti di pseudo-riforme modellate sulle esigenze dei privilegiati.La reazione è stata di rabbia. Come poteva non esserlo? Solo chi vive fuori dal mondo potrebbe attribuirla all'azione di "cinquanta o cento" imbecilli innamorati della violenza.Saviano, è noto, deve muoversi sotto scorta. Prima di lanciarsi in ulteriori predicozzi farebbe meglio a chiedersi se non si stia amalgamando alla scorta stessa, facendone propria la visione del mondo. Al punto da denigrare chi già subisce umiliazioni quotidiane, e di dire a chi detiene il potere ciò che ama sentir dire. Con tanto di menzione dell'agenzia letteraria, a tutela del copyright.

11 dicembre 2010

Mi fo prete

Perchè andare contro la propria, vera, natura?Molte volte mi è capitato di essere scambiato per un prete, per l'aria, l'abbigliamento, il modo di discorrere. Delle volte, persino all'Ortensia, mi hanno detto di non fare il prete. E allora basta, lo farò, almeno mi romperete le palle a ragion veduta. Tania( amica, ex barista dell'Ortensia) si è sposata con Willy in USA. A luglio vuole ripetere il rito per gli amici italiani in una oliveta del Chianti, e, saputo, che il sindaco può delegare consigliere comunale o persona che abbia i diritti politici e civili a sostituirlo, ha deciso che sarò io ad officiare. Così, dopo il Testimone ad Alberto, eccomi officiante matrimonio per Tania. Perchè precludersi una carriera a questo punto? Voglio esser ordinato diacono per celebrare anche i matrimoni religiosi, e poi, su , su, non poniamo limiti alla provvidenza. Del resto Benedetto x vi è vecchio assai....Stefano I fu Papa, tedesco, più di mille anni fa...Che ne dite?
Pax Vobiscum
Stefano II

18 ottobre 2010

Una Storia Argentina

Argentinazo : Facón Grande a Francoforte
di Osvaldo Bayer

[Una volta tanto mi ritrovo a proporre per la rubrica Argentinazo un articolo animato da uno spirito idealista, alla maniera della pubblicistica anarchica di un tempo. Pubblicato pochi giorni fa sul quotidiano argentino Pagina/12 e riadattato dal redattore di Carmilla, è una memoria dalla Fiera del libro di Francoforte firmata dallo scrittore Osvaldo Bayer] Alberto Prunetti.

Cammino per questa fiera del libro definita con orgoglio “la più grande al mondo”. Un merito, senza dubbio.
Libri, libri, libri. Dico a me stesso: ecco cosa trovo nel paese che forse è stato il più grande esportatore di armi del pianeta.
Un tempo il mauser e la croce di ferro erano i simboli della virilità nobile. E ora i libri, con personaggi e fantasie che spuntano dalle copertine e ci invitano ad aprirli.
Librai che parlano ad alta voce, bibliotecari che catalogano lettera dopo lettera. Scrittori che sorridono in paradiso, personaggi di fantasia che spuntano da ogni angolo in questo aeroporto delle illusioni.
Illusioni. D'un tratto mi danno dei colpi sulla spalla. È l'editore tedesco Dieter Schmidt. Senza proferire una sola parola, mi mette un libro in mano con un gesto quasi religioso. Guardo la copertina: il gaucho Facón Grande. Il patagonico.
Non ci posso credere. Facón Grande alla Fiera del libro di Francoforte. La storia ha fatto giustizia. Il gaucho fucilato dall'esercito argentino per aver chiesto un po' di dignità per i lavoratori patagonici in quel tetro 1921 del presidente Hipólito Yrigoyen.
L'editore Dieter Schmidt mi consegna l'edizione tedesca della Patagonia rebelde. La accarezzo. Otto anni di esilio: ecco quanto mi è costato pubblicarla nel mio paese, l'Argentina. E adesso l'hanno pubblicata nel paese in cui ho trascorso il mio esilio. Il destino. I paradossi umani. Sono felice soprattutto per Wilckens. Kurt Gustav Wilckens, l'anarchico tedesco che rese giustizia a tanti contadini fucilati. Quella mattina di gennaio del 1923, quando era in attesa nella calle Fitz Roy, di fronte alla caserma del 1° corpo di Fanteria, nel quartiere portegno di Palermo. Quando l'orgoglioso Tenente Colonnello Varela uscì dalla propria abitazione con gli stivali lucidi. Faccia a faccia. E gli lanciò contro il messaggio del vendicatore. L'esplosione dell'ira del popolo. La bomba libertaria. L'esplosione svegliò Buenos Aires. Per Wilckens, gli anarchici dei quartieri operai quel giorno cantarono “Figli del popolo”. Il tedesco non andava di fretta. Al fucilatore in uniforme, lo centrò con sei pallottole. Quei proiettili con cui aveva fucilato centinaia di peones patagonici adesso tornavano indietro e saldavano il conto al fucilatore. Niente rimane impunito.
Wilckens fu assassinato in carcere da un mercenario. Ricordo quando ormai più di trent'anni fa arrivai fino alla città tedesca di Bad Bramstedt, il posto in cui era nato Wilckens e dove trovai la sua casa paterna. Mi accolse un suo nipote, che mi salutò come se mi avesse aspettato tutta la vita. Aveva sempre fatto ricerche sul destino di Kurt Gustav Wilckens e ora arrivava uno sconosciuto da un paese tanto lontano come l'Argentina per portargli notizie di suo zio. Gli dissi che Kurt Gustav era morto assassinato in un carcere e gli raccontai della sua missione di vendicatore di 1500 operai patagonici fucilati senza processo dall'esercito argentino. Ricordo la sua emozione. All'inizio pensava che fossi venuto a raccontargli fantasie argentine ma dopo, di fronte ai dati che continuavo a mettergli di fronte, si rese conto che quella era la verità. Aprì per me i cassetti di un vecchio scrittoio. C'erano le foto di famiglia dell'infanzia e dell'adolescenza del vendicatore, carte e lettere.
Nella Fiera del libro di Francoforte cammino tra lunghi corridoi tra migliaia di libri esposti. Prometto a me stesso di andare a portare una copia della Patagonia rebelde di questa edizione tedesca alla biblioteca della città natale di Wilckens. Chissà che in futuro qualche sindacato di questa città chiami la propria sede col nome di Kurt Gustav Wilckens, che offrì la sua vita per vendicare tanti lavoratori.
Penso anche a quei due scioperanti patagonici insorti, “il tedesco” Otto, di cui non ho mai scoperto il nome, e Pablo Schulz, lui stesso di origine tedesca. Il “tedesco” Otto – così lo chiamavano i suoi compagni – prima di morire urlò contro il capitano fucilatore Viñas Ibarra: “Non si ammazza così un uomo. Neanche nella Guerra in Europa ammazzavano i prigionieri disarmati”. E prima di morire disse a Walter Knoll, un altro tedesco: “Salutami la vecchia patria”.
Penso a loro, alle loro vite raccontate in lingua tedesca, in questa edizione. Forse qualcuno scoprirà le loro storie e troverà il coraggio di visitare la Patagonia e mettere un fiore nelle fosse comuni, ormai identificate.
Se ne andarono a morire lontano, ingiustamente. Per avere chiesto solo un poco più di dignità.
Ho anche avuto la soddisfazione che il film Awka Liwen (Alba ribelle), sul genocidio commesso da Roca contro i nostri popoli originari, fosse proiettato nel corso della Fiera del libro di Francoforte. Vedere nello schermo il volto dei figli della terra. Narrare la tragedia dei genocidi commessi nelle pampas dagli ufficiali argentini Rauch, Rosas e Roca. La deportazione di questi popoli dalle loro terre ancestrali e la loro ostinazione a vivere nonostante tutto, con la loro musica quasi silenziosa, con gli echi dei loro orizzonti lontani, col lavoro delle loro mani e la tristezza per un passato mai dimenticato. Prima gli spagnoli con la loro cupidigia. Poi gli argentini con le loro uniformi. Alla fine del film c'è stato un applauso serrato, seguito da un profondo silenzio. Emozione. E un senso di colpa europeo. Per i propri antenati colonialisti.
Il pubblico europeo ha preso coscienza. Le domande si succedono. “Com'è potuto succedere?” Sì, la cupidigia. La Sociedad Rural Argentina finanziò una parte della spedizione di Julio Asesino Roca, pardon, Julio Argentino. Furono poi assegnati 2500000 ettari di terra indigena al presidente di quei giorni della Sociedad Rural, Martínez de Hoz. Come? Sì, li scrivo in lettere: due milioni e cinquecentomila ettari. Martínez de Hoz, il bisnonno. Nome conosciuto, no? ( Martínez de Hoz, nipote dell'omonimo presidente della Rural, era il ministro dell'economia del dittatore Videla, ndt).
Claro, ci sono stati anche europei che hanno fatto cose buone nel nostro paese. Mi è piaciuto molto l'omaggio reso durante la Fiera all'editore Peuser. Ricordate la Guida Peuser? E la casa editrice Peuser? Forse la casa editrice argentina più famosa del secolo scorso. Peuser era un tedesco che emigrò in Argentina, un innovatore della tecnica editoriale che importava le macchine tipografiche più moderne. Pubblicò la letteratura gauchesca e la sua edizione del Fausto di Estanislao del Campo ha battuto tutti i record di vendita. Arrivato in Argentina a 14 anni, figlio di un umile calzolaio, divenne uno dei più grandi editori del paese e in aggiunta, animato da istanze sociali, fondò nella sua azienda il primo fondo per l'assistenza medica per i suoi operai e impiegati. Un omaggio meritato. La sua bisnipote, presente all'atto, ha versato lacrime di riconoscenza. Un fabbricante di libri, non di armi, Don Peuser.

[La Patagonia rebelde, libro un tempo bruciato nelle piazze e oggi adottato nelle scuole della Patagonia, è stato pubblicato anche in italiano da Elèuthera] A.P.

26 agosto 2010

Daniele Boccardi, il poeta doloroso che si è negato il grande salto

Una sorpresa molto gradita ci ha colti domenica 22 agosto. Due pagine di Repubblica per Daniele Boccardi, per la rubrica settimanale sugli scrittori dimenticati, scomparsi. L'articolo dello scrittore fiorentino Filippo Bologna contiene alcune imprecisioni ( la più grave è quella che fa nascere Daniele a Massa, invece che Grosseto , città sempre importante nella sua breve vita ) e anche omissioni, come quella di parlare della grave questione della tesi, e poi tacere il nome, ampiamente noto, pubblicato anche in "Vite Minime", di Marcello Pera, "testa pensante" di forzaitalia ed ex presidente del senato ( nonchè relatore ad un anno dalla scomparsa di Daniele alla commemorazione che si tenne alla sala consiliare di Massa ....). Però poi il pezzo ha molti meriti, e , proprio per questo, credo che non piacerà a molti nostri concittadini, che della piccola Siena, le mura ed il silenzio hanno fatto ragione di vita.
Infine, di passaggio, vorrei sottolineare che a quasi due anni dal deposito di una petizione firmata da 97 cittadini, nessuna risposta è venuta dal comune sulla proposta di intitolare una strada a Daniele Boccardi e Sebastiano Leone.

Daniele Boccardi il poeta doloroso che si è negato il grande salto

Repubblica — 22 agosto 2010 pagina 1 sezione: FIRENZE

DICI Massa Marittima e già qualcosa non torna. Perché a Massa Marittima, il mare non c' è. Terrestre e marina, piantata in terra ma affacciata sul mare, Massa è una piccola Siena che ha imparato a nuotare ma non ha avuto il coraggio di tuffarsi. Né di ritrarsi, come quei tuffatori saliti troppo in alto che poi si bloccano per la paura e rimangono lì, come statuette di presepe. Nascere in una città che non se l' è sentita di affrontare il mare aperto ma non ha smesso di sognarlo, sono cose che influiscono sui caratteri, soprattutto su quelli dei poeti e dei filosofi. I filosofi sono quelli che vorrebbero buttarsi ma hanno paura delle onde, e allora rimangono tutti vestiti sulla spiaggia, a guardare l' orizzonte mentre gli altri fanno il bagno. I poeti invece sono quelli che vanno sott' acqua, che trattengono il fiato, e il pensiero, più a lungo di tutti, per pescare le perlee poi regalarlea noi. Daniele Boccardi era un poeta, era un filosofo, era di Massa Marittima. Era perché non è. Non più. Un giorno ha deciso che ne aveva abbastanza. A volte per i poeti e i filosofi è più facile morire perché è più difficile vivere. Il guaio è che della propria morte possono parlare solo gli altri, la morte rende impossibile ogni obiettività, si è santi o dannati, non c' è scampo. sta bene, c' è tutto. E non c' è niente. Te ne accorgi poco a poco. Quando al mattino sfogli il giornalee trovi scritto che tutto va bene, quando la sera tiri giù la saracinesca della bottega e d' un tratto senti una fitta alla schiena e ti chiedi quante volte hai fatto quel gesto, quando ti specchi nelle vetrine del corso e vedi un signore che ti guarda, quando ti stringi nel cappotto mentre attraversi il corso deserto spazzato dal vento. Quando la gravità della vita ti ha risucchiato per sempre nel suo lentissimo gorgo e ti sorprendi a maledire i sogni, e gli anni, invecchiati ai tavolini dei bar, morti di freddo sul sagrato del duomo. Troppo tardi, te ne accorgi troppo tardi. Troppo presto, Daniele Boccardi se n' è accorto troppo presto. Ma che farà quel figliolo tutti i giorni chiuso in camera sua a pestare sui tasti della macchina da scrivere? Si allena Daniele: la scrittura è l' atletica dell' anima, è l' asta del pensiero per scavalcare il fosso e lanciarsi di là dal muro. Daniele l' ha capito, e si allena tutti i giorni per il grande salto. Poi arriva la paura di non farcela, la rassegnazione, il ritiro. Quelle mura che ci hanno lasciato i nostri avi e cingono le nostre rassicuranti cittadine toscane, oramai, non servono più. I nemici più insidiosi non sono alle porte, ma in cantina. E c' è aria di cantina negli scritti di Daniele, lui è il primo a respirarla: "Tutto ciò che scrivo ha odore di chiuso, di aria viziata", appunta tra le carte. Bisognava aprire, far prendere aria, ma le finestre erano pesanti, nemmeno fossero inchiodate. Un ragazzo tranquillo Daniele, studi liceali, poi l' unipoi viventi o non viventi ( morenti mai), giusto per non dire vivi o morti, sembra la voce di uno stato di famiglia richiesto dall' anagrafe letterariao una placca dorata da affiggere sul portone per scacciarei fantasmi. Forse perché dei morti abbiamo sempre paura, che tornino a trovarci e ci dicano quel che pensano davvero, di noi. Daniele Boccardi era cresciuto in provincia. Altro che la provincia "aperta ai venti e ai forestieri" vagheggiata da quel anarco-sentimentale di Bianciardi. Tutt' altra provincia, turrita e fortificata, chiusa in sé, trincerata nei riti e nelle abitudini: il bar, la chiesa col campanile, le botteghe, lo struscio serale, sembra quasi un plastico, un mondo in miniatura. Perché andarsene, ti sussurra, qui si versità, filosofiaa Pisa. Da una provincia all' altra, Pisa non sarà Parigi, d' accordo, ma dalla Maremma amara ai lungarni dorati è già qualcosa. Poi saltano fuori problemi con la tesi, una divergenza col relatore che s' impunta sul titolo: Per una filosofia della scienza sperimentale, c' è quel per che non va bene. O così, o niente. Allora niente. Daniele non cede, la tesi resta nel cassetto. Alla fine minaccia di cambiare ateneo, la controversia si sblocca, e la tesi ottiene finalmente il placet del barone. Segue laurea, e omerico ritorno a Massa, è tempo di cercar lavoro. Ma il lavoro nel frattempo si è estinto, non esiste più, si trovano lavoretti interinali, necroforo per qualche mese, pulizie nei bagni pubblici, ripetizioni di italiano agli stranieri nei campeggi, cose così. Daniele si adegua, come ci insegnano i genitori il lavoro non è mai umiliante, umiliante semmai è non averlo. Bussare alle porte che non si aprono, le giornate passano e nemmeno te ne accorgi. Daniele si chiude sempre più, l' ultima estate nessuna vacanza, nessuna mèta da raggiungere. Rimane al guado, nella palude del tempo che non passa, quella dove non si affonda né si sta a galla, quella che nessuna bonifica del Granduca Leopoldo potrà mai prosciugare. Poi decide di attraversarla da solo, la palude. E raggiungere l' altra sponda. Lascia dietro di sé una scia di fogli. Sono tanti e sparsi. Quello che si inceppa sulla lingua in pubblico, esce dal rullo della macchina da scrivere in privato. A volte va così. La scrittura diventa un avvocato e un confessore cui affidare le nostre volontà, i nostri segreti: saprà custodirli senza tradirci? Vite minime, scritti diseducativi, si intitola così la miscellanea di scritti uscita postuma, nel 2003, per i tipi di Stampa Alternativa. Si tratta per lo più di racconti brevi, ma anche aforismi, poesie, frammenti, alcune fiabe. I materiali sono eterogenei e non datati (forse non era possibile farlo), difficile discernere, a volte si intuisce una maturità diversa da scritto a scritto. La curatela del libro manca un po' di lucidità: due prefazioni, una postfazione, come se ognuno avesse sentito il bisogno di aggiungere qualcosa, di raccontare il suo Daniele. Ma la ferita è ancora aperta, è più che comprensibile, quelle sono ferite che non si chiudono. Alla fine quel che conta è il libro, e non quello che sta intorno. Vite minimeè un libro doloroso, improvviso, sorprendente. Come lo è la scrittura di Daniele Boccardi, che riesce a uscire dalle situazioni difficili con l' intelligenza combinatoria di uno scacchista. Dio si divertea giocare con gli uomini sulla grande scacchiera della vita. Ma, a volte, ecco l' illuminazione, l' intuizione vincente, una sola mossa, e una posizione disperata si rovescia in scacco matto. Bianco e nero, Boccardi riesce a capovolgere il sadico gioco dell' esistenza mostrandone il negativo, basta girare la scacchierae mettersi nei panni dell' avversario. " 50 Kili Tanto poco/mi desidera/ il centro della terra", eccola qua la combinazione inaspettata, tre righe e la gravità si tramuta all' improvviso in desiderio di essere amati. Che poi in fondo è il grande motore della scrittura di Daniele, di tutti: disperata, irritante, commovente, bastarda ricerca di amore. Che si può cercare ovunque: tra i seni caldi di un' appassita professoressa di provincia, nelle timidezza di un venditore porta a porta, nel faccia a faccia tra una "nave-scuola" e le madri preoccupate dei suoi "allievi", persino andandoa rimestare nella merda si possono trovare tracce di amore, come nel racconto La ricerca, dove l' escatologia si azzoppa di una lettera e si fa scatologia. Cercare l' amore è la nostra missione, trovarlo la nostra speranza. Crescere in una piccola comunità con la certezza di essere uguali e la consapevolezza di essere diversi, magari più sensibili, superare la vergogna della propria intelligenza, coltivare la tiepida illusione di essere riconosciuti, persino rispettati. Carezzati mai, la provincia è una madre ingrata che preferirebbe abortire piuttosto che essere tenera con uno dei suoi figli. Questo è vivere una vita minima. Ma una vita minima non è per forza una vita agra. Pare forzato l' accostamento in quarta di copertina con Bianciardi, conterranei non vuol dire fratelli, come forzato sarebbe il parallelo con Michelstaedter, morire giovani e filosofi non basta per esser compagni. Daniele Boccardi non ha compagni, si allenava in solitaria, per migliorarsi, per spostare sempre più in alto l' asticella del dubbio, per farsi trovare pronto al momento del grande salto. Quello che ancora, non ci è dato fare.
- FILIPPO BOLOGNA

01 luglio 2010

Un abbraccio a tutti/e gli ortensisti

Carssimi ortensisti/e, lavoratori e frequentatori ,mi vengono in mente tanti volti, tante situazioni, vissute in questi ultimi quattro anni, adesso che è giunto il momento di cambiare orizzonte. Qui per me non è più possibile rimanere, spero di darvi appuntamento il prossimo anno a "el Pantaneto " a Malaga. Vi ringrazio di cuore per le battaglie che mi avete aiutato a combattere contro ordinanze della questura e maldicenze di ignoranti e fascisti. Vi ringrazio perchè mi avete arricchito ( non in dinero, sfigati sempre al verde !) di storie, sorrisi, passioni, ribellioni, vita, tanta, vera. Il che, in questa italietta sempre più meschina, mafiosa, bigotta e razzista, specchio di una dittatura light molto popolare anche a Siena, è davvero tanto. Vi lascio in buone mani, cercate di essere solidali con Vittorio e Claudio, meritano tutto il vostro aiuto visto che si adoperano a far R/esistere l'Ortensia. Non riuscirò a sdebitarmi facilmente con chi mi ha ospitato, sfamato e sostenuto in tutti questi anni da fotografo e poi barista. Due nomi per tutti; Sandro e Patrizia.Vi abbraccio forte tutti/e, mi mancherete tanto, ma vi porto tutti con me. Nostra patria è il mondo intero, nostra legge la libertà, ed un pensiero ribelle in cuor ci sta....Se la rivoluzione è un fiore che non muore, viva l'Ortensia!
Stefano

20 maggio 2010

L'orda dei dilettanti

C'era una volta una casa editrice prestigiosa e coraggiosa. Ora non c'è più, ne è rimasto in giro il marchio, acquisito da un cavaliere che si è comprato varie cosette, tra cui il posto a vita di presidente del consiglio. Comunque gli affari sono affari, e la casa editrice, quando non è impegnata a pubblicare peana al suo conducator, edita libri coraggiosi e impegnati, di scottante attualità. Perciò non potevo mancare ieri pomeriggio a Siena alla corte dei miracoli, alla presentazione de " L'Orda Nera" un libro-si fa per dire- sulla destra radicale, di tale Giovanni Fasanella e - si vede da solo non ce la faceva- Antonella Grippo. Il Fasanella era presente, la Grippo no. In compenso dialogava (di complotti) con l'autore il noto giudice Rosario Priore. Pubblico assonnato delle grandi occasioni, una dozzina forse. Peccato non aver registrato la serata! Tale mole di banalità, superficialità, strafalcioni, nemmeno in uno spettacolo comico surreale. Dilettanti allo sbaraglio, copia e incolla da internet probabilmente, chiacchere da bar esposte con sussiego. Credo che qualunque studente di lettere , anche i beoni del bar Ortensia, avrebbero potuto far di meglio con una piccola tesina. Ora, visto che l'autore ha tenuto più volte a dichiarare di essere di sinistra moderata ( ma anche di uscire con piacere a cena con uno dei capi di casapound romana conosciuto su facebook.....) si comincia a capire come mai in questo disgraziato paese una dittatura light riscuota così tanto successo, e come la sinistra ,moderata o no, non esista letteralmente più. Mal di stomaco forte, desiderio impellente di emigrare almeno fino al 2030.
Tristezza, infinita tristezza.....

30 aprile 2010

25 aprile, Ortensia ciao, ciao, ciao....

Sono tornati. Ci hanno chiuso di nuovo, questa volta per una settimana, ventilando la possibilità che la prossima volta sia per sempre. Autorizzati in questo dal regio decreto 18 giugno 1931, sì, di quando governava l'altro cavaliere, che conferisce al Questore il potere di chiudere i locali che turbano l'ordine pubblico, malfrequentati, pericolosi, insomma. Triste, tristissimo il paese che ha paura di un piccolo bar, con una lunga storia ed una grande anima, frequentato da tanti giovani, storie, sorrisi, problemi, solidarietà.
Ma questa oggi è l'Italia di Adro, Cittadella, della Lega, dei Fasci vecchi e nuovi, del cavaliere e dei suoi tirapiedi, delle mafie grandi e piccole,dei centri di permanenza, delle guerre tra poveri, dei tanti che si voltano dall'altra parte e fanno finta di non vedere.
Però, il 25 aprile, in piazza a Siena, i ragazzi del comitato antifascista hanno portato con rabbia un grande striscione con scritto " colpire i veri delinquenti, chiudere casa pound ,riaprire l'Ortensia "
Grazie ragazzi, ora e sempre resistenza!

27 marzo 2010

Eros Penni

Ricorrono in questi giorni 15 anni dalla morte di Eros. Una bellissima recensione di Alessandro Angeli, scrittore grossetano, lo ricorda sulla rivista Maremma Magazine di marzo.


Eros Penni
Il vecchio e altri racconti





La prima volta che ho sentito parlare di Eros Penni era il 2003, erano gli anni ruggenti del Fondo quelli, quando l’associazione di Massa Marittima portava ancora il nome di Daniele Boccardi. In quell’anno erano già usciti i capolavori Vite Minime di Daniele Boccardi e Potassa di Alberto Prunetti, che il Fondo aveva editato in collaborazione con Stampa Alternativa, portando l’editore viterbese a dedicare all’iniziativa una vera e propria collana, che ancora esiste, intitolata “I Libri del Fondo”, appunto. L’amicizia con Stefano Pacini, Michele Cocola e Dario Radi, mi spinse ad occuparmi come meglio potevo, col mio solito appassionato dilettantismo, degli autori che gravitavano intorno al progetto massetano. Oltre a Boccardi e a Prunetti quindi, lessi i lavori di Luciana Bellini, Lio Banchi, Antonello Ricci, mentre di Penni ancora non avevo avuto il piacere di leggere nulla. Che poi in fondo similmente al recentemente scomparso J.D. Salinger, le opere edite di Penni non erano poi molte, due nella fattispecie: un libro di poesie intitolato Le altre facce dell’ozio, stampato a Massa Marittima nel 2001 e Il Vecchio, un libro di racconti inserito il dicembre dello stesso anno di Boccardi e Prunetti nella collana I Libri del Fondo. Per scrivere di Penni avrei potuto chiamare l’amico Stefano, che era anche suo amico e che ha fissato molto bene alcune immagini di questo loro sentimento nella prefazione al libro. Ma ormai mi sono abituato a procedere così, andando a fiuto in mezzo alle pagine, perché il merito dei libri è anche quello di dare ai maestri la possibilità di parlarci ancora, anche a chi non li abbia conosciuti in vita, come è capitato a me con Penni. Perché leggendo le sue pagine non vi è alcuna possibilità di smentita ad affermare che Eros Penni era ed è un maestro. Come si legge dalle laconiche note biografiche, riportate testualmente, anche nella calligrafia, dalla penna dell’autore (con l’utilizzo di uno scanner, per svelare l’arcano) Eros Penni era nato nel 1946 a Massa Marittima e lì aveva abitato, per vivere aveva fatto i più umili lavori, fino a che a causa dei gravi problemi di salute di cui soffriva, lo stato gli aveva concesso una piccola pensione, in più era un autodidatta. Sembrerebbe un po’ riduttivo questo per capire un autore, soprattutto sembrerà riduttivo a tutti colori non abbiano avuto il privilegio di leggere le pagine de Il Vecchio, perché entrando nelle storie del libro il concetto di vita personale perde di significato per aprirsi ad uno più grande: quello di tutte le vite possibili racchiuse nella semplice espressione di esperienza umana. I personaggi di Penni come quelli di una altro scrittore italiano sicuramente più famoso di lui, sono tutti e nessuno, simili ad elementi simbolici essi hanno una funzione rivelatrice che dà ai racconti un’enorme forza evocativa, in grado di comunicare sentitamente e dolorosamente le numerose stratificazioni dell’essere. La bravura dell’autore sta proprio nel saper spogliare al momento giusto i suoi personaggi degli elementi simbolici che li pervadono, in modo che smettano di essere ideogrammi per diventare uomini in carne ed ossa. Così vicini che al lettore da un momento all’altro sembrerà di prendere parte fisicamente al racconto, che l’oste gli domandi cosa vuole bere o che il mangiarospi si metta improvvisamente a fissarlo con attenzione o ancora, che leggendo il superbo Camionista, egli si senta veramente un passeggero di quest’uomo burbero e solitario, che preferisce parlare con l’amico morto piuttosto che rivolgere parola ai vivi. Leggiamo alcuni passi del racconto:
“quella dannata notte non la scorderò mai. Avevi appena preso il mio posto al volante ed io stavo leggendo una cartina stradale quando d’improvviso una luce ci abbagliò e senza poterci far niente precipitammo giù per la scarpata. Io non so come me la cavai e dopo qualche giorno di ospedale ero di nuovo con il sedere incollato sulla poltrona di un altro camion. Ma tu? Sì tu?” Disse battendo le mani con rabbia sul cruscotto e lanciando un respiro pesante: “Maledizione! Perché non hai avuto fortuna? Perché? A pensarci bene è così strana la vita. Quello che ci capita non lo sappiamo mai fino al momento in cui avviene e questo francamente non mi piace affatto. Vorrei proprio capire che senso ha. […]
Nella fase finale del testo l’umanità del camionista si spalanca, egli rivelando l’aneddoto, caratteristica comune a quasi tutti i racconti della raccolta, riprende la sua funzione di messaggero, di uomo – verità, che poco prima aveva vacillato, al ricordo dell’amico morto. Nell’Uomo che non parlava mai, veramente prodigioso per struttura e poeticità, è proprio il personaggio che l’autore relega nella penombra dell’osteria, avvolto da i suoi pensieri torbidi a fornire la chiave di volta della novella. L’eroe di Eros Penni è l’ultimo, il più segnato, quello cioè che considera la vita un’esperienza troppo grande per limitarsi a viverla, senza sentirsi fregato. Così l’uomo che non parlava mai, dopo aver illuminato la mente di sua figlia si congeda dal lettore:
“Mah chissà!” rispose l’uomo accarezzandogli il volto e subito dopo aggiunse: Io devo andare giù nel buco, cerca di non fare molto tardi, altrimenti la mamma sarà in pensiero”. Poi si alzò, con un cenno del volto salutò i due e l’oste, uscì fuori e battendo i denti per il freddo si incamminò verso la miniera.
Il rapporto binario tra concetto e fenomenologia ricorre in tutte le novelle di Penni, la saggezza e l’esperienza dolorosa, si condensano insieme nell’uomo – verità, e l’aneddoto giunge puntuale, con la sua funzione catartica, ad allargare lo spettro del racconto, dalla soggettività del personaggio ad orizzonti universali. Nella novella L’osso è proprio l’autore tramite un suo personaggio a spiegare l’inscindibilità di questo legame. Inscindibilità che perdura fino a quando la ragione dei sensi non giunge a provocarne l’estinzione. Leggiamo:
“Ebbene io vorrei sapere prima di tutto chi di voi due è il Concetto chi il Fenomeno e poi che cosa veramente siete.
“Io a sinistra sono il Fenomeno lui a destra il Concetto. Riguardo a quello che siamo è un po’ difficile spiegarsi. Comunque io Fenomeno essendo indispensabilmente legato al Concetto riesco solo a parlare. Mentre lui parlando avrà il compito di essere la spiegazione di quello che io dico proprio perché legato a me”.
“Se uno parla è non sa quello che dice e l’altro sa, ma non può parlare, come farò io a capire che cosa è l’uno e che cosa è l’altro? Forse l’unica soluzione sarà quella di separarli” pensò la Sensazione.
E subito dopo questa considerazione, con un balzo felino piombò addosso ai due dividendoli. Ma con stupore notò che non appena separati essi scomparvero”.
Un altro grande talento di Penni è quello di saper descrivere alla perfezione l’oscuro e a volte malvagio disegno che muove i meccanismi della natura, nei suoi più intimi recessi. Sono descrizioni debordanti e lucidissime di una poeticità tagliente e cristallina, capaci di cogliere l’intima essenza della terra che Penni ha abitato e che abitiamo. Un’abilità così fortemente caratterizzante che mi ha fatto pensare ad uno straordinario scrittore americano, praticamente sconosciuto da noi: Breece D’J Pancake. Anche lui dopo una breve esistenza tormentata se n’era andato lasciando un solo libro, un documento di inestimabile valore, posteriormente acclamato dalla critica e dai colleghi scrittori, una raccolta di racconti dal titolo Trilobiti. In Trilobiti si respira in modo palpabile l’America selvaggia e a volte crudele, dei piccoli centri urbani sopraffatti dalla polvere delle sterminate praterie americane, impermeabili al tempo e imperiture, sotto l’ombra minacciosa degli Appalachi. Confrontiamo questi due diversi estratti, da una parte il racconto Cacciatori di volpi, di Pancake dall’altra Il cieco di Eros Penni:
Soffiava un vento debole che faceva rabbrividire e le foglie di sicomoro frusciavano sul marciapiede, per essere bloccate sul ciglio dalla gramigna d’un verde violento.
L’opossum se ne stava tranquillo sul bordo della strada. Non aveva trovato carcasse di animali d’allevamento in cui costruire una tana per l’inverno ; nemmeno una bella buca vuota. Portò i suoi piccoli dall’altra parte della strada, tra le foglie dove se ne stava la carcassa coriacea di un altro opossum. Non si fermò per fiutare o per altre smancerie.
Un rumore metallico. Si fermò. Fuoco. Si appiattì al suolo nel più nero terrore, con i piccoli aggrappati più stretti al pelo. Passi pesanti, sordi e irregolari le fecero ribollire il sangue. Con il giorno e il pericolo che avanzavano, la paura le avvampava dentro mentre arretrava con cautela verso cespugli più fitti. Dal suo nascondiglio vide un nemico gigante che avanzava sull’asfalto e un bagliore rosso rimbalzare brillante in ciò che restava della sua notte.
***
In un’insenatura, sulla larga spiaggia di rena fine, molliccia, cosparsa di conchiglie e fetide carcasse di crostacei, lungo la striscia ondulata di tritume fradicio e nero lasciato dalla marea, alcune meduse approdate da poco, con la loro massa gelatinosa, perlacea, venate sui bordi di righe viola, come vecchi lampadari di vetro soffiato, palpitando e sbavando al contatto dell’aria, sembravano mostrare la fine del loro splendore. Più in fondo, una pecora morta, da giorni arenata nella risacca, con la pancia gonfia, le zampe rattrappite e la faccia scavata dalle pulci marine e dalle chele dei granchi, spinteggiata di tanto in tanto dalle onde, si muoveva lentamente, emettendo dei rumori simili a risucchi. Vomitava dalla bocca, dal naso, dagli orecchi, gli ultimi residui di interiora putrefatti dalla salsedine; mentre il sole, coperto in parte dalle nuvole, come un occhio, sembrava guardare di nascosto quella cruda scena.
Due brani, due racconti, due libri che condividono la stessa intima scorza, la stessa cruda sacralità, che riescono a scendere nella profondità della natura e in quella umana così bene da diventare dei fossili, Trilobiti appunto, per il beneficio dei posteri.
Questo breve articolo altro non vuole essere che un invito alla lettura e alla rilettura di uno scrittore misconosciuto, Eros Penni, i cui manoscritti inediti sono conservati nella Biblioteca Comunale di Massa Marittima, e un attestato di stima alla sua opera naturalmente.

Alessandro Angeli

13 febbraio 2010

il lavoro culturale di Antonello Ricci

Perforando il suolo locale con lo “spillone”: il lavoro culturale di Antonello Ricci

di Alberto Prunetti

Luciano Bianciardi polemizzava ferocemente contro il provincialismo erudito degli studiosi locali, che lui chiamava in senso spregiativo “archeologi” e “medievalisti”. Li attaccò ferocemente nelle pagine iniziali de Il lavoro culturale e rispose al loro cicalio abbandonando il retroterra grossetano per seguire un nuovo progetto editoriale nella Milano del preteso “boom economico”. Rimase impantanato con un piede nella provincia e l'altro nel jet-set degli intellettuali mainstream, guadagnandosi gli odi degli uni e degli altri e conducendo male una vita agra, pieno di grappa cattiva e sensi di colpa.
Gran parte delle sue accuse contro i “localisti” erano giustificate. E lo sono anche adesso, in un'epoca in cui “locale” vuol dire qualcosa di peggio dell'epoca di Bianciardi.
Se ancora negli anni Sessanta il localismo poteva essere interpretato come un punto di vista atto a cogliere il paese reale, ai nostri giorni il rischio è che questo termine indichi una rappresentazione comunitaria e identitaria della realtà, falsamente ripiegata su se stessa. L'una e l'altra prospettiva soffrono di qualche aberrazione, ma l'astigmatismo miopico di chi vede sfocato e con colori poco vividi non è una ragione sufficiente per gettare a mare la prospettiva ravvicinata – macro, come si dice nel gergo fotografico - di chi scrive con l'occhio immerso nel locale. Sarebbe quindi un peccato consegnare gli studi locali ai leghisti mannari che si inventano lingue e tradizioni, o ai cialtroni che propagano deliri teosofici e misticismi strapaesani.
Uno studioso che difende il valore del lavoro culturale nella provincia col rigore della vecchia talpa e l'ottimismo dell'umanista è il viterbese Antonello Ricci (nella foto). Formato nella scuola degli studi folklorici e della critica letteraria, mescola la semiotica decostruttiva con uno sguardo sulla provincia che è più quello dell'antropologo che quello dell'autodidatta. Un piede nella scuola superiore (il professore che tutti conoscono), uno nell'accademia (è dottorando presso l'università della Tuscia), Antonello Ricci è il tipo che scrive articoli sul computer degli amici - il suo è sempre rotto - e che si fa un'idea delle cose biascicando il sigaro dentro al cappotto in lunghe passeggiate notturne dentro alle mura di Viterbo. In una città che un tempo era dei "I vitelloni" (set magnifico del film di Fellini) e che adesso sente stringere sempre più serrato il morso della destra, il Ricci continua in direzione ostinata e contraria il suo attivismo intellettuale: scrive saggi sul fascismo viterbese, poi plot teatrali che lui stesso mette in scena assieme a un gruppo di attori autodidatti; di seguito il copione lo rovescia in versi, e intanto fruga negli archivi, intervista anziani, riscrive le loro memorie. E continua a camminare su quelle strade nere di Viterbo, una città provinciale, divenuta capoluogo solo per astuta convenienza negli anni del ventennio e che al duce e al fascio ha sempre restituito gratitudine. Una città comunque bellissima, che nelle passeggiate notturne a fianco del Ricci si apre come le pagine di un romanzo (Ricci è anche autore di una guida di Viterbo che appunto va letta come opera letteraria più che come pubblicazione tecnica).
Riassumo allora alcuni passi della bibliografia di Antonello Ricci:
_1932, racconto metricato (David Ghaleb editore, 2009): i personaggi di un racconto in rima: Gemma, una contadina orgogliosa a cui i fascisti hanno ucciso un figlio; Valerio, un bambino che un giorno inciampa e rotola tra le gambe di un regista che sta girando a Viterbo un film fascista (“Vecchia Guardia” di Blasetti); Edoardo, un fabbro trentenne podista e antifascista, innamorato di una ragazzina chiamata Libertaria, che urla il nome di lei ogni mattina all'alba mentre si allena e che quando taglia per primo il traguardo saluta a pugno chiuso, facendo incazzare i gerarchi. E poi il nonno Olindo, vecchio e un po' sonato, cavallaro in pensione che racconta a Valerio di quando faceva il buttero in Maremma e di come sconfisse Buffalo Bill nella storica sfida tra cow-boys e butteri maremmani.
_Sottoassedio (David Ghaleb editore, 2009) è una pièce teatrale in tre atti dedicata al conflitto che oppose nel 1921-22 gli antifascisti viterbesi e gli squadristi neri, raccontata in maniera corale da una serie di personaggi: i cavatori, i poeti a braccio, i fascisti, gli arditi del popolo. Quasi una tragedia greca ambientata nello sfondo del peperino, la pietra vulcanica con cui è costruita Viterbo.
_Mezz'al Duce e Mezz'al Fascio (Malavoglia, 2003), un saggio che intreccia antropologia culturale e storia orale per affrontare il tema del consenso al regime fascista e del mito mussoliniano nella memoria contadina dell'Alto Lazio. Un lavoro interessantissimo condotto attraverso l'uso della memoria orale nell'intervista con vecchi testimoni del ventennio, attraverso le scritte murali dell'epoca, la poesia estemporanea in ottava rima e le barzellette politiche.
_Stoffa forte maremmana (Manziana, Vecchiarelli 2001) e Fare le righe (Stampa Alternativa, 2003): in questi saggi il Ricci ha raccolto una serie di articoli sull'ottava rima in Maremma, una forma di poesia contadina estemporanea in endecasillabi che sta risorgendo (e qui si coglie la resistenza e la capacità di adattamento di certi fenomeni locali tutt'altro che effimeri) e che ormai in provincia di Grosseto vede ragazzetti alternarsi, sia nel pubblico che nei palchi in cui si fanno le rime, ai vecchi pensionati.
_Una menzione speciale del lavoro del Ricci va alla curatela delle memorie pseudo-autobiografiche di semi-illetterati artigiani che hanno praticato mestieri ormai quasi scomparsi nella zona di frontiera tra grossetano e viterbese: dal vasaio al carbonaro fino a un campione dell'illegalismo maremmano, il tombarolo, ovvero il tipo che di notte andava su commissione alla ricerca di vasi etruschi nei tumuli dispersi nelle campagne, spesso tallonando gli scavi officiali in esplorazioni notturne sotterranee. Le memorie, attraverso la curatela di Antonello, raccontano la biografia di Pietro Bozzini, un tombarolo romantico, così bravo con lo “spillone” che la sovrintendenza ai beni archeologici negli anni Settanta si offrì di “comprarlo” e di farlo lavorare accanto ai professori e agli studenti, pur di non averlo come concorrente negli scavi. Questo libretto di memorie, nell'editing del Ricci, si intitola Seppellitemi con lo spillone. Autobiografia di un tombarolo gentile (Stampa Alternativa, 2003) (lo spillone è una sonda di ferro, un frugatoio di lunghezza variabile, in genere dotato di manubrio, con cui i tombaroli, percuotendo il terreno, “sentivano” – secondo alcuni, misticamente – le discontinuità del sottosuolo e individuavano le camere d'aria delle tombe etrusche, con tecniche artigianali che gli archeologi faticano a spiegare).
Sono solo pochi saggi del fronte vulcanico su cui si estende la ricerca di Antonello Ricci, che si radica come un'erica sul suolo tufaceo del viterbese ma si apre alla lotta per la difesa degli spazi pubblici e politici ( ad esempio il parco dell'Arcionello, un'aria protetta di 400 ettari a ridosso delle mura cittadine su cui gravitano mire predatorie contro le quali Antonello si impegna con attivismo inesausto), sempre più compressi da chi nel locale vede il particolare e ne fa spazio di interessi e di autoidentificazione esclusiva e comunitaria. Se la memoria dell'antifascismo e delle culture subalterne non svanirà in un'epoca di oblio mass-culturale, in parte sarà grazie a certi tombaroli resistenti come Antonello Ricci, che continuano a saggiare il terreno locale col loro spillone, in perenne ricerca di storie sommerse da condividere.

www.carmillaonline.com

30 dicembre 2009

Vergogna di fine anno

L'autore è un ragazzo ebreo,nipote di un ebreo italiano scampato allo sterminio perchè sulla famosa Schinder list....sono strani i corsi e ricorsi della storia. A lui la nostra solidarietà per non aver distolto lo sguardo e non esser stato zitto. Quando si comincia a tacere e volgere lo sguardo di fronte a piccole(grandi) ingiustizie come questa, la libertà inizia a morire. E' triste constatare come nell'Italia degli anni dieci l'arroganza di una divisa qualsiasi, l'ignoranza e la mancanza di umanità siano oramai la norma, tra deliri razzisti, ronde di bianco natale e caccia ai "diversi". Ovunque, anche nella civilissima Toscana. I nostri migliori auguri anche al ragazzo senza braccia e senza nome che pure si ostina a vivere. ( S. P. )

CARO direttore, è domenica 27 dicembre. Eurostar Bari-Roma. Intorno a me famiglie soddisfatte e stanche dopo i festeggiamenti natalizi, studenti di ritorno alle proprie università, lavoratori un po' tristi di dover abbandonare le proprie città per riprendere il lavoro al nord. Insieme a loro un ragazzo senza braccia. Sì, senza braccia, con due moncherini fatti di tre dita che spuntano dalle spalle. È salito sul treno con le sue forze. Posa la borsa a tracolla per terra con enorme sforzo del collo e la spinge con i piedi sotto al sedile. Crolla sulla poltrona. Dietro agli spessi occhiali da miope tutta la sua sofferenza fisica e psichica per un gesto così semplice per gli altri: salire sul treno. Profondi respiri per calmare i battiti del cuore. Avrà massimo trent'anni. Si parte. Poco prima della stazione di (...) passa il controllore. Una ragazza di venticinque anni truccata con molta cura e una divisa inappuntabile. Raggiunto il ragazzo senza braccia gli chiede il biglietto. Questi, articolando le parole con grande difficoltà, riesce a mormorare una frase sconnessa: "No biglietto, no fatto in tempo, handicap, handicap". Con la bocca (il collo si piega innaturalmente, le vene si gonfiano, il volto gli diventa paonazzo) tira fuori dal taschino un mazzetto di soldi. Sono la cifra esatta per fare il biglietto. Il controllore li conta e con tono burocratico dice al ragazzo che non bastano perché fare il biglietto in treno costa, in questo caso, cinquanta euro di più. Il ragazzo farfugliando le dice di non avere altri soldi, di non poter pagare nessun sovrapprezzo, e con la voce incrinata dal pianto per l'umiliazione ripete "Handicap, handicap". I passeggeri del vagone, me compreso, seguono la scena trattenendo il respiro, molti con lo sguardo piantato a terra, senza nemmeno il coraggio di guardare. A questo punto, la ragazza diventa più dura e si rivolge al ragazzo con un tono sprezzante, come se si trattasse di un criminale; negli occhi ha uno sguardo accusatorio che sbatte in faccia a quel povero disgraziato. Per difendersi il giovane cerca di scrivere qualcosa per comunicare ciò che non riesce a dire; con la bocca prende la penna dal taschino e cerca di scrivere sul tavolino qualcosa. La ragazza gli prende la penna e lo rimprovera severamente dicendogli che non si scrive sui tavolini del treno. Nel vagone è calato un silenzio gelato. Vorrei intervenire, eppure sono bloccato.
La ragazza decide di risolvere la questione in altro modo e in ossequio alla procedura appresa al corso per controllori provetti si dirige a passi decisi in cerca del capotreno. Con la sua uscita di scena i viaggiatori riprendono a respirare, e tutti speriamo che la storia finisca lì: una riprovevole parentesi, una vergogna senza coda, che il controllore lasci perdere e si dedichi a controllare i biglietti al resto del treno. Invece no. Tornano in due. Questa volta però, prima che raggiungano il giovane disabile, dal mio posto blocco controllore e capotreno e sottovoce faccio presente che data la situazione particolare forse è il caso di affrontare la cosa con un po' più di compassione. Al che la ragazza, apparentemente punta nel vivo, con aria acida mi spiega che sta compiendo il suo dovere, che ci sono delle regole da far rispettare, che la responsabilità è sua e io non c'entro niente. Il capotreno interviene e mi chiede qual è il mio problema. Gli riepilogo la situazione. Ascoltata la mia "deposizione", il capotreno, anche lui sulla trentina, stabilisce che se il giovane non aveva fatto in tempo a fare il biglietto la colpa era sua e che comunque in stazione ci sono le macchinette self service. Sì, avete capito bene: a suo parere la soluzione giusta sarebbe stata la macchinetta self service. "Ma non ha braccia! Come faceva a usare la macchinetta self service?" chiedo al capotreno che con la sua logica burocratica mi risponde: "C'è l'assistenza". "Certo, sempre pieno di assistenti delle Ferrovie dello Stato accanto alle macchinette self service" ribatto io, e aggiungo che le regole sono valide solo quando fa comodo perché durante l'andata l'Eurostar con prenotazione obbligatoria era pieno zeppo di gente in piedi senza biglietto e il controllore non è nemmeno passato a controllare il biglietti. "E lo sa perché?" ho concluso. "Perché quelle persone le braccia ce l'avevano...". Nel frattempo tutti i passeggeri che seguono l'evolversi della vicenda restano muti. Il capotreno procede oltre e raggiunto il ragazzo ripercorre tutta la procedura, con pari indifferenza, pari imperturbabilità. Con una differenza, probabilmente frutto del suo ruolo di capotreno: la sua decisione sarà esecutiva. Il ragazzo deve scendere dal treno, farsi un biglietto per il successivo treno diretto a Roma e salire su quello. Ma il giovane, saputa questa cosa, con lo sguardo disorientato, sudato per la paura, inizia a scuotere la testa e tutto il corpo nel tentativo disperato di spiegarsi; spiegazione espressa con la solita esplicita, evidente parola: handicap. La risposta del capotreno è pronta: "Voi (voi chi?) pensate che siamo razzisti, ma noi qui non discriminiamo nessuno, noi facciamo soltanto il nostro lavoro, anzi, siamo il contrario del razzismo!". E detto questo, su consiglio della ragazza controllore, si procede alla fase B: la polizia ferroviaria. Siamo arrivati alla stazione di (...). Sul treno salgono due agenti. Due signori tranquilli di mezza età. Nessuna aggressività nell'espressione del viso o nell'incedere. Devono essere abituati a casi di passeggeri senza biglietto che non vogliono pagare. Si dirigono verso il giovane disabile e come lo vedono uno di loro alza le mani al cielo e ad alta voce esclama: "Ah, questi, con questi non ci puoi fare nulla altrimenti succede un casino! Questi hanno sempre ragione, questi non li puoi toccare". Dopodiché si consultano con il capotreno e la ragazza controllore e viene deciso che il ragazzo scenderà dal treno, un terzo controllore prenderà i soldi del disabile e gli farà il biglietto per il treno successivo, però senza posto assicurato: si dovrà sedere nel vagone ristorante. Il giovane disabile, totalmente in balia degli eventi, ormai non tenta più di parlare, ma probabilmente capisce che gli sarà consentito proseguire il viaggio nel vagone ristorante e allora sollevato, con l'impeto di chi è scampato a un pericolo, di chi vede svanire la minaccia, si piega in avanti e bacia la mano del capotreno. Epilogo della storia. Fatto scendere il disabile dal treno, prima che la polizia abbandoni il vagone, la ragazza controllore chiede ai poliziotti di annotarsi le mie generalità. Meravigliato, le chiedo per quale motivo. "Perché mi hai offesa". "Ti ho forse detto parolacce? Ti ho impedito di fare il tuo lavoro?" le domando sempre più incredulo. Risposta: "Mi hai detto che sono maleducata". Mi alzo e prendo la patente. Mentre un poliziotto si annota i miei dati su un foglio chiedo alla ragazza di dirmi il suo nome per sapere con chi ho avuto il piacere di interloquire. Lei, dopo un attimo di disorientamento, con tono soddisfatto, mi risponde che non è tenuta a dare i propri dati e mi dice che se voglio posso annotarmi il numero del treno. Allora chiedo un riferimento ai poliziotti e anche loro si rifiutano e mi consigliano di segnarmi semplicemente: Polizia ferroviaria di (...). Avrei naturalmente voluto dire molte cose, ma la signora seduta accanto a me mi sussurra di non dire niente, e io decido di seguire il consiglio rimettendomi a sedere. Poliziotti e controllori abbandonano il vagone e il treno riparte. Le parole della mia vicina di posto sono state le uniche parole di solidarietà che ho sentito in tutta questa brutta storia. Per il resto, sono rimasti tutti fermi, in silenzio, a osservare.

L'autore è scrittore ed editore da Repubblica 30 dicembre 2009

11 dicembre 2009

12 dicembre 1969

C'è un prima e un dopo nella storia della generazione del '68, decisivo per l'Italia a venire, il giorno in cui ci hanno rubato il futuro. E' il 12 dicembre del 1969, il giorno della strage di stato, dell'inizio delle stragi di stato e fasciste, dell'inizio anche della lotta armata, per molti unica risposta possibile ad uno stato che cercava di soffocare nel sangue l'anelito alla libertà di un paese che si stava affacciando al ventesimo secolo. Dopo le 17 vittime di Piazza Fontana a Milano, Pino Pinelli fu il primo di una lunga lista di centinaia di compagni che sarebbero caduti negli anni a venire. La defenestrazione di Pinelli dal quarto piano della questura di Milano avviene mentre un giovane Bruno Vespa annuncia in TV "l'arresto di uno degli autori della strage, il ballerino anarchico Pietro Valpreda". Non ci risultano scuse di Vespa o dello stato a Valpreda, non ci stupisce uno stato che non processa se stesso e non condanna esecutori e mandanti. Oggi come ieri noi non dimentichiamo, oggi come ieri il nostro odio è intatto per chi ci ha rubato il futuro. Oggi come ieri il nostro amore è per i tanti, troppi compagni caduti da quel giorno. La rivoluzione è un fiore che non muore. (Stefano)
LA BALLATA DI PINELLI
Quella sera a Milano era caldo
ma che caldo che caldo faceva
brigadiere apra un po' la finestra
ad un tratto Pinelli cascò.

Signor questore io gliel'ho già detto
lo ripeto che sono innocente
anarchia non vuol dire bombe
ma giustizia amor libertà.

Poche storie confessa Pinelli
il tuo amico Valpreda ha parlato
è l'autore del vile attentato
e il suo socio sappiamo sei tu.

Impossibile grida Pinelli
un compagno non può averlo fatto
e l'autore di questo misfatto
tra i padroni bisogna cercar.

Stiamo attenti indiziato Pinelli
questa stanza è già piena di fumo
se tu insisti apriam la finestra
quattro piani son duri da far.

Quella sera a Milano era caldo
ma che caldo, che caldo faceva
brigadiere apra un po' la finestra
ad un tratto Pinelli cascò.

L'hanno ucciso perché era un compagno
non importa se era innocente
"Era anarchico e questo ci basta"
disse Guida il feroce questor.

C'è un bara e tremila compagni
stringevamo le nere bandiere
in quel giorno l'abbiamo giurato
non finisce di certo così.

Calabresi e tu Guida assassini
che un compagno ci avete ammazzato
l'anarchia non avete fermato
ed il popolo alfin vincerà.

Quella sera a Milano era caldo
ma che caldo, che caldo faceva
brigadiere apra un po' la finestra
ad un tratto Pinelli cascò.

[E tu Guida e tu Calabresi
Se un compagno ci avete ammazzato
Per coprire una strage di stato
Questa lotta più dura sarà.]
L'onore perduto dell'anarchico Giuseppe Pinelli

questura-pinelli.jpgCi sono peri talmente alti che a cascarci giù si impiegano 40 anni prima di toccare il suolo. Ne ha fatto l'esperienza il presidente Giorgio Napolitano, ricevendo, tra le vittime della strage di Piazza Fontana, anche Licia Pinelli, la compagna dell'anarchico caduto dalla finestra al quarto piano della questura di Milano la notte tra il 15 e il 16 dicembre 1969, al termine di un interrogatorio. Napolitano ha parlato di «ridare e riaffermare l'onore di Pinelli» e di «rompere il silenzio su una ferita non separabile da quella dei 17 che persero la vita a piazza Fontana». Forse il presidente si riferiva alla propria persona, e alla riunione della direzione del PCI (della quale era membro) del 19 dicembre 1969, dove, alla presenza del segretario Enrico Berlinguer, si convenne che era politicamente più saggio denunciare gli anarchici come "provocatori" piuttosto che difendere i compagni caduti dalla finestra (come Pinelli) o in galera (come Valpreda). Per rendere giustizia non solo a Giuseppe Pinelli, ma anche ai tanti che non possono "rompere il silenzio" perché in silenzio non sono mai stati, riportiamo qui il capitolo sulla morte dell'anarchico Pinelli tratto dalla controinchiesta La strage di Stato, integralmente leggibile qui [G.D.M.].

Come è morto Giuseppe Pinelli

GPinelli.jpgÈ circa la mezzanotte di lunedi 15 dicembre 1969. Un uomo discende lentamente lo scalone principale della questura di Milano. Giunto nell'atrio dell'ingresso principale di via Fatebenefratelli si ferma un momento, accende una sigaretta. È indeciso se uscire, andarsene a casa, oppure rimanere ancora qualche minuto, fare un attimo il giro negli uffici della squadra mobile che stanno lì di fronte a lui, dall'altra parte del cortile. Sono giornate faticose queste per i cronisti milanesi e lui in particolare si sente stanco, avvilito: si sa già che nella mattina è stato arrestato un anarchico di nome Valpreda; c'entrerà davvero con le bombe di Piazza Fontana? E poi nelle camere di sicurezza della questura, nelle stanze al quarto piano dell' ufficio politico ci sono ancora almeno un centinaio tra anarchici e giovani della sinistra extraparlamentare che da tre giorni, dal venerdì delle bombe, sono sottoposti a continui interrogatori.

L'uomo, Aldo Palumbo, cronista de l'Unità di Milano, muove i primi passi per attraversare il cortile. E sente un tonfo, poi altri due, ed è un corpo che cade dall'alto, che batte sul primo cornicione del muro, rimbalza su quello sottostante e infine si schianta al suolo, per metà sul selciato del cortile, per metà sulla terra soffice dell'aiuola. Palumbo rimane paralizzato per qualche secondo al centro del cortile, poi si avvicina al corpo, ne distingue i contorni del viso. E subito corre a dare l'allarme, agli agenti della squadra mobile, agli altri cronisti che sono rimasti in sala stampa quando lui è uscito.

La mattina dopo tutti i quotidiani escono a grossi titoli con la notizia del suicidio di Giuseppe Pinelli. Di questi giornali, quelli che al momento dell'incidente avevano il loro cronista in questura scrivono che il suicidio è avvenuto a mezzanotte e tre minuti. Nei giorni seguenti, stranamente questo particolare del tempo viene modificato: prima lo si corregge a "circa mezzanotte", poi lo si sposta ancora indietro, sino ad arrivare ad un tempo ufficiale: "Pinelli è morto alle ore undici e 57 minuti del lunedì notte 15 dicembre".

Ai primi di Febbraio, dall'inchiesta condotta dalla magistratura trapela un particolare: la chiamata fatta quella notte dalla questura di Milano al centralino telefonico dei vigili urbani per richiedere l'intervento di una autoambulanza, è stata registrata da uno speciale apparecchio e quindi si può stabilire con certezza l'attimo esatto, che risulta essere mezzanotte e 58 secondi. Come a dire due minuti e due secondi prima della caduta di Pinelli, se si sta al tempo segnalato da tutti i giornalisti che erano in questura quella notte. Si è trattato di una svista collettiva, e abbastanza clamorosa per gente abituata ad avere delle reazioni automatiche, professionali, quali il guardare per prima cosa l'orologio quando avviene un incidente del genere? È un fatto però che nel frattempo sono successe due cose strane.

Qualche giorno dopo la morte di Giuseppe Pinelli, due agenti della squadra politica della questura si sono presentati al centralino telefonico dei vigili urbani per controllare il momento esatto di registrazione della chiamata. Cosa significa questo zelo del tutto gratuito dato che è la magistratura, e non la polizia, che si occupa dell'inchiesta sulla morte di Pinelli? Perché preoccuparsi tanto dell'orario di chiamata dell'ambulanza se le cose si sono svolte così come sono state raccontate? La risposta potrebbe essere questa: la chiamata e stata fatta prima che Giuseppe Pinelli cadesse dalla finestra.

Verso i primi di gennaio il giornalista Aldo Palumbo, la prima persona che si è avvicinata a Giuseppe Pinelli morente nel cortile della questura, trova la sua abitazione sottosopra. Qualcuno è entrato, ha rovistato dappertutto, ha aperto cassetti, rovesciato mobili, frugato armadi. Ladri? Sarebbero ladri ben strani considerato che non hanno rubato né le tredicimila lire che erano in una borsa, e che pure devono aver visto poiché la borsa è stata aperta, e neppure quei pochi gioielli nascosti in un'altra borsa, pure essa trovata aperta. Due quindi le ipotesi: o gli ignoti cercavano qualcosa, qualcosa collegato agli ultimi istanti in qui il giornalista fu vicino, e da solo, a Giuseppe Pinelli morente; oppure si è trattato di un avvertimento, un monito a tenere la bocca chiusa rivolto a chi, come Aldo Palumbo, poteva essere sospettato di sapere qualcosa, forse di aver sentito mormorare da Pinelli un nome, una frase.

Francobollo_Pinelli.jpgBasterebbero questi primi, pochi elementi per formulare pesanti sospetti sulla versione dell'anarchico morto suicida. In realtà ce ne sono molti altri, e sono questi.

Pinelli cade letteralmente scivolando lungo il muro, tanto che rimbalza su ambedue gli stretti cornicioni sottostanti la finestra dell'ufficio politico; non si è dato quindi nessuno slancio.

Cade senza un grido e i medici stabiliranno che le sue mani non presentano segni di escoriazione, non ha avuto cioè nessuna reazione a livello istintivo, incontrollabile, nemmeno quella di portare le mani a proteggersi durante la "scivolata".

La polizia fornisce nell'arco di un mese tre versioni contrastanti sulla meccanica del suicidio. La prima: quando Pinelli ha spalancato la finestra, abbiamo tentato di fermarlo ma senza riuscirci. La seconda: quando Pinelli ha spalancato la finestra, abbiamo tentato di fermarlo e ci siamo parzialmente riusciti, nel senso che ne abbiamo fermato lo slancio: come dire, ecco perchè è scivolato lungo il muro. Ma questa versione è stata resa a posteriori, dopo cioè che i giornali avevano fatto rilevare la stranezza della caduta. Infine l'ultima, la più credibile, fornita in "esclusiva" il 17 gennaio 1970 al Corriere della sera: quando Pinelli ha spalancato la finestra, abbiamo tentato di fermarlo ed uno dei sottufficiali presenti, il brigadiere Vito Panessa, con un balzo "cercò di afferrarlo e salvarlo; in mano gli rimase una scarpa del suicida". I giornalisti che sono accorsi nel cortile, subito dopo l'allarme lanciato da Aldo Palumbo, ricordavano benissimo che l'anarchico aveva ambedue le scarpe ai piedi.

Poi la polizia fornisce due versioni contrastanti anche sul movente anche sul movente del suicidio. Primo: Pinelli era coinvolto negli attentati, il suo alibi per il pomeriggio del 12 dicembre era crollato, e sentendosi ormai perduto ha scelto la soluzione estrema, gridando "È la fine dell'anarchia". Seconda versione, fornita anche questa a posteriori, dopo che l'alibi era risultato assolutamente valido: Pinelli, innocente, bravo ragazzo, nessuno riesce a capacitarsi del suo gesto.

Dando questa seconda versione, la polizia afferma anche che la tragedia è esplosa nel corso di un interrogatorio che si svolgeva in una atmosfera del tutto legittima, civile e tranquilla, con scambio di sigarette ed altre delicatezze del genere. L'anarchico Pasquale Valitutti, uno dei tanti fermati che tra il venerdì delle bombe ed il lunedì successivo hanno riempito le camere di sicurezza della questura, ha fornito invece questa testimonianza: "Domenica pomeriggio ho parlato con Pino (Pinelli) e con Eliane, e Pino mi ha detto che gli facevano difficoltà per il suo alibi, del quale si mostrava sicurissimo. Mi anche detto di sentirsi perseguitato da Calabresi e di avere paura di perdere il posto alle ferrovie. Verso sera un funzionario si è arrabbiato perchè parlavo con gli altri e mi ha fatto mettere nella segreteria che è adiacente all'ufficio di Pagnozzi [un altro commissario, come Calabresi, dell'ufficio politico: n.d.r.]; ho avuto occasione di cogliere alcuni brani degli ordini che Pagnozzi lasciava ai suoi inferiori per la notte. Dai brani colti posso affermare che ha detto di riservare a Pinelli un trattamento speciale, di non farlo dormire e di tenerlo sotto pressione per tutta la notte. Di notte il Pinelli è stato portato in un'altra stanza e la mattina mi ha detto di essere molto stanco, che non lo avevano fatto dormire e che continuavano a ripetergli che il suo alibi era falso, mi è parso molto amareggiato. Siamo rimasti tutto il giorno nella stessa stanza, quella dei caffé, ed abbiamo potuto scambiare solo alcune frasi, comunque molto significative. Io gli ho detto "Pino, perchè ce l'hanno con noi?" e lui molto amareggiato mi ha detto: "si, ce l'hanno con me". Sempre nella stessa serata del lunedì gli ho chiesto se avesse firmato dei verbali e lui mi ha risposto di no. Verso le otto è stato portato via e quando ho chiesto ad una guardia dove fosse , mi ha risposto che era andato a casa. Io pensavo che stesse per toccare a me di subire l'interrogatorio, certamente più pesante di quelli avvenuti fino ad allora: avevo questa precisa impressione.. dopo un po', verso le 11, 30 ho sentito dei rumori sospetti, come di una rissa ed ho pensato che Pinelli fosse ancora li e che lo stessero picchiando. Dopo un po' di tempo c'è stato il cambio della guardia, cioè la sostituzione del piantone di turno fino a mezzanotte. Poco dopo ho sentito come delle sedie smosse ed ho visto gente che correva nel corridoio verso l'uscita, gridando "si è gettato". Alle mie domande hanno risposto che si era gettato il Pinelli: mi hanno ance detto che hanno cercato di trattenerlo ma che non vi sono riusciti. Calabresi mi ha detto che stavano parlando scherzosamente del Pietro Valpreda, facendomi chiaramente capire che era nella stanza nel momento in cui Pinelli cascò. Inoltre mi ha detto che Pinelli era un delinquente, aveva le mani in pasta dappertutto e sapeva molte cose degli attentati del 25 aprile. Queste cose mi sono state dette da Panessa e Calabresi mentre altri poliziotti mi tenevano fermo su una sedia pochi minuti dopo il fatto di Pinelli. Specifico inoltre che dalla posizione in cui mi trovavo potevo vedere con chiarezza il pezzo di corridoio che Calabresi avrebbe dovuto necessariamente percorrere per recarsi nello studio del dottor Allegra e che nei minuti precedenti il fatto [cioè la stessa caduta di Pinelli n.d.r.] Calabresi non è assolutamente passato per quel pezzo di corridoio".

finestra_pinelli.jpgDunque l'ultimo interrogatorio di Giuseppe Pinelli non è stato così tranquillo come si è cercato di far credere, ed è falso anche che al momento della caduta il commissario aggiunto Luigi Calabresi non fosse presente nella stanza. Ma perchè queste menzogne? La risposta può essere trovata in un articolo pubblicato dal settimanale Vie Nuove nelle settimane seguenti.

"Quando l'anarchico fu trasportato nella sala di rianimazione dell'ospedale Fatebenefratelli non era in condizioni di coscienza, aveva un polso abbastanza buono ma il respiro molto insufficiente, il che poteva essere provocato da ragioni organiche (cioè il gran colpo dell'impatto con il terreno o qualcosaltro) oppure psicologiche (cioè lo stato di tensione precedente alla caduta, ma questa sembra un'eventualità meno valida.) Il particolare che stupì i medici fu che il corpo, almeno da un esame superficiale, non presentava nessuna lesione esterna ne perdeva sangue dalle orecchie e dal naso, come avrebbe dovuto essere se Pinelli avesse battuto violentemente la testa. Una constatazione, questa, che fa sorgere subito un'altra domanda in chi non ha mai voluto credere nella versione del suicidio: se è vero, come sembra, che la necroscopia ha accertato una lesione bulbare all'altezza del collo, quale si sarebbe potuta produrre battendo al suolo il capo, come mai orecchie e naso non sanguinavano ne volto e testa non presentavano lesioni evidenti? Per logica si arriva quindi ad una seconda domanda: non è possibile che quella lesione al collo fosse stata provocate prima della caduta? Come e da cosa non ci vuole molta fantasia per immaginarlo: sono ormai molti anni che nelle nostre scuole di polizia quella antica arte giapponese di colpire col taglio della mano, nota come Karatè. Fossero stati interrogati, quei due medici [che hanno prestato cure a Pinelli morente n.d.r.] avrebbero potuto raccontare un altro episodio. Quella notte del 16 dicembre, nell' atrio del Fatebenefratelli regnava una grande confusione. Si era trasferito tutto lo stato maggiore della polizia milanese, il questore Marcello Guida compreso. Ma la polizia era presente anche all'interno della sala di rianimazione dove i due medici tentavano invano di tenere in vita Giuseppe Pinelli, tranquillo, silenziose, non molto turbato dalla vista dell'operazione di intubazione orotracheale e di ventilazione con il pallone di Ambù alla quale l'anarchico veniva sottoposto, un poliziotto in borghese, camicia e cravatta, baffetti neri e un distintivo all'occhiello della giacca, non si allontanò neanche per un attimo dal lettino dove Pinelli stava morendo, attento a raccogliere ogni suo rantolo. [...] Chi gli ha dato l'ordine di entrare nella stanza compiendo un abuso di autorità che non è tollerato negli ospedali? E perchè è entrato, cosa pensava o temeva che Pinelli potesse dire prima di morire?"

I risultati dell'autopsia, dalla quale sono stati esclusi i periti di parte, non vengono resi noti. I due medici - Gilberto Bontani e Nazareno Fiorenzano - che hanno tentato di salvare Pinelli, solo il secondo, e solo molte settimane più tardi, e dietro istanza della moglie dell'anarchico, viene interrogato dal procuratore Giuseppe Caizzi, il magistrato cui è affidata che nel mese di maggio 1970 si concluderà con un sibillino verdetto di "morte accidentale" (non suicidio quindi, se la lingua italiana ha un senso. Ma allora la polizia ha mentito...).

Subito dopo che il dottor Nazareno Fiorenzano è stato interrogato, nel palazzo di giustizia circola una voce secondo cui la polizia lo ha pesantemente "avvertito" che il caso Pinelli è un caso da archiviare, e perciò è meglio che non si ponga troppi interrogativi. Ma cosa può aver notato o capito il medico di guardia davanti al corpo di Pinelli morente?

La testimonianza che egli rilascia a un collega prima di essere interrogato dal magistrato e questa:

"1) Gli infermieri che raccolsero Pinelli ebbero l'impressione che fosse già morto.
2) Il massagio cardiaco esterno fu praticato da un infermiere di nome Luciano.
3) Solo eccezionalmente - e per lo più in vecchi dallo scheletro rigido - il massaggio cardiaco può produrre incrinature alle costole.
4) Da quando fu raccolto, e fino alla morte Pinelli non emise ne un lamento ne una parola.
5) Quando Pinelli arrivò al pronto soccorso del Fatebenefratelli, non aveva più polso, pressione e respirazione. Appariva decerebrato; ma il dottor Fiorenzano non ebbe l'impressione che la teca cranica fosse fratturata. Non perdeva sangue dagli occhi, dal naso, dalla bocca. Presentava anche abrasioni alle gambe. Lesione bulbare? Mani intatte.
7) Pinelli fu intubato, sottoposto a ventilazione artificiale ed altre pratiche di rianimazione. Riebbe polso e pressione. Respiro che confermerebbe lesione bulbare. Mancanza di riflessi ecc. confermano che (parole testuali) "si trattava di un morto cui avevano dato un po' di vita vegetativa" Rianimazione sospesa dopo 90'.
8) Il dottor Guida arrivo tre minuti dolo Pinelli. Disse al dottor Fiorenzano che non poteva fare nulla contro l'irreparabile, ebbe l'aria di scusarsi e se ne andò.
9) Il dottor Fiorenzano ignorava l'identità del ferito, che non gli fu detta dai poliziotti. La sua insistenza per conoscerla irritò molto i poliziotti.
10) I poliziotti ripetevano, tutti con le stesse parole, che si era buttato dalla finestra. Sembra ripetessero una formula."

Altri articoli su Pinelli pubblicati su Carmillaonline.org

La testimonianza di Pasquale Valitutti
12 dicembre 2006: nessun imputato per l'anniversario
La lapide di Giuseppe Pinelli

01 dicembre 2009

Figlio mio,lascia questo paese

LA LETTERA. Il direttore generale della Luiss
avremmo voluto che l'Italia fosse diversa e abbiamo fallito

"Figlio mio, lascia questo Paese"

di PIER LUIGI CELLI


"Figlio mio, lascia questo Paese"

Un'aula dell'Università di Bologna

Figlio mio, stai per finire la tua Università; sei stato bravo. Non ho rimproveri da farti. Finisci in tempo e bene: molto più di quello che tua madre e io ci aspettassimo. È per questo che ti parlo con amarezza, pensando a quello che ora ti aspetta. Questo Paese, il tuo Paese, non è più un posto in cui sia possibile stare con orgoglio.

VAI ALL'ARTICOLO SUI COMMENTI

Puoi solo immaginare la sofferenza con cui ti dico queste cose e la preoccupazione per un futuro che finirà con lo spezzare le dolci consuetudini del nostro vivere uniti, come è avvenuto per tutti questi lunghi anni. Ma non posso, onestamente, nascondere quello che ho lungamente meditato. Ti conosco abbastanza per sapere quanto sia forte il tuo senso di giustizia, la voglia di arrivare ai risultati, il sentimento degli amici da tenere insieme, buoni e meno buoni che siano. E, ancora, l'idea che lo studio duro sia la sola strada per renderti credibile e affidabile nel lavoro che incontrerai.
Ecco, guardati attorno. Quello che puoi vedere è che tutto questo ha sempre meno valore in una Società divisa, rissosa, fortemente individualista, pronta a svendere i minimi valori di solidarietà e di onestà, in cambio di un riconoscimento degli interessi personali, di prebende discutibili; di carriere feroci fatte su meriti inesistenti. A meno che non sia un merito l'affiliazione, politica, di clan, familistica: poco fa la differenza.

Questo è un Paese in cui, se ti va bene, comincerai guadagnando un decimo di un portaborse qualunque; un centesimo di una velina o di un tronista; forse poco più di un millesimo di un grande manager che ha all'attivo disavventure e fallimenti che non pagherà mai. E' anche un Paese in cui, per viaggiare, devi augurarti che l'Alitalia non si metta in testa di fare l'azienda seria chiedendo ai suoi dipendenti il rispetto dell'orario, perché allora ti potrebbe capitare di vederti annullare ogni volo per giorni interi, passando il tuo tempo in attesa di una informazione (o di una scusa) che non arriverà. E d'altra parte, come potrebbe essere diversamente, se questo è l'unico Paese in cui una compagnia aerea di Stato, tecnicamente fallita per non aver saputo stare sul mercato, è stata privatizzata regalandole il Monopolio, e così costringendo i suoi vertici alla paralisi di fronte a dipendenti che non crederanno mai più di essere a rischio.

Credimi, se ti guardi intorno e se giri un po', non troverai molte ragioni per rincuorarti. Incapperai nei destini gloriosi di chi, avendo fatto magari il taxista, si vede premiato - per ragioni intuibili - con un Consiglio di Amministrazione, o non sapendo nulla di elettricità, gas ed energie varie, accede imperterrito al vertice di una Multiutility. Non varrà nulla avere la fedina immacolata, se ci sono ragioni sufficienti che lavorano su altri terreni, in grado di spingerti a incarichi delicati, magari critici per i destini industriali del Paese. Questo è un Paese in cui nessuno sembra destinato a pagare per gli errori fatti; figurarsi se si vorrà tirare indietro pensando che non gli tocchi un posto superiore, una volta officiato, per raccomandazione, a qualsiasi incarico. Potrei continuare all'infinito, annoiandoti e deprimendomi.

Per questo, col cuore che soffre più che mai, il mio consiglio è che tu, finiti i tuoi studi, prenda la strada dell'estero. Scegli di andare dove ha ancora un valore la lealtà, il rispetto, il riconoscimento del merito e dei risultati. Probabilmente non sarà tutto oro, questo no. Capiterà anche che, spesso, ti prenderà la nostalgia del tuo Paese e, mi auguro, anche dei tuoi vecchi. E tu cercherai di venirci a patti, per fare quello per cui ti sei preparato per anni.

Dammi retta, questo è un Paese che non ti merita. Avremmo voluto che fosse diverso e abbiamo fallito. Anche noi. Tu hai diritto di vivere diversamente, senza chiederti, ad esempio, se quello che dici o scrivi può disturbare qualcuno di questi mediocri che contano, col rischio di essere messo nel mirino, magari subdolamente, e trovarti emarginato senza capire perché.
"Figlio mio, lascia questo Paese"

L'università La Sapienza di Roma


Adesso che ti ho detto quanto avrei voluto evitare con tutte le mie forze, io lo so, lo prevedo, quello che vorresti rispondermi. Ti conosco e ti voglio bene anche per questo. Mi dirai che è tutto vero, che le cose stanno proprio così, che anche a te fanno schifo, ma che tu, proprio per questo, non gliela darai vinta. Tutto qui. E non so, credimi, se preoccuparmi di più per questa tua ostinazione, o rallegrarmi per aver trovato il modo di non deludermi, assecondando le mie amarezze.

Preparati comunque a soffrire.

Con affetto,
tuo padre

L'autore è stato direttore generale della Rai. Attualmente è direttore generale della Libera Università internazionale degli studi sociali, Luiss Guido Carli.
(30 novembre 2009)

24 novembre 2009

Il nastro bianco

Michael Haneke: IL NASTRO BIANCO

di Benedetta Masera

L’ultimo film di Michael Haneke, Il nastro bianco, è stato spesso interpretato sulla nostra stampa come un film sulle origini del nazismo. Penso che questa interpretazione sia molto riduttiva e molto consolatoria. E anche un po’ autoassolutoria. Un gruppo di ragazzini nella campagna tedesca del 1914. La macchina riprende in primi piani immensi i loro volti lisci, gli occhi immobili, i capelli biondi pettinati con cura. Figurette dritte, vestite di scuro, compatte e ordinate.
Nell’affresco sono le figure di sfondo. Il racconto segue gli adulti. Non hanno nome, solo il loro appellativo sociale: il Barone, il Pastore, il Medico, l’Intendente. A volte sono chiamati anche ‘signor padre’. Niente altro. Il Barone e le sue tre diramazioni sono né più né meno l’incarnazione del Potere, e di tutto ciò che si deve fare per mantenerlo. La ricetta, per quanto riguarda i contadini, è semplice: basta lasciarli all’occorrenza senza lavoro. Nessuno si ribella, perché lo spettro della morte per fame è fin troppo vicino. Infatti la ribellione di un giovane contadino, nell’isolamento più totale, porta come unica conseguenza al suicidio del padre e alla probabile morte per fame dei fratelli.Le donne di qualunque classe sociale sono quasi mute, a malapena riusciamo a sentirne la voce durante tutto il film. Vengono annichilite dalla violenza che vedono esercitare sui figli o che subiscono loro stesse, e alla quale non sono in grado di opporsi in nessun modo. Sono disarmate, mute, in balia degli uomini. Senza scampo.Non c’è spazio per la ribellione e nemmeno per la fuga. Chi tenta di ribellarsi viene ricondotto all’obbedienza, o semplicemente svanisce nel nulla.Quale potrebbe essere, dunque, l’unico punto debole del sistema di ferro in cui si muovono i personaggi? I bambini, i loro figli, menti giovani, ancora intatte. Che per questo vanno dominati, piegati. Tra loro c’è il biondo e riccioluto figlio del barone. Poi i perfetti figli del pastore del villaggio. La figlia del medico, con lampi di malizia negli occhi neri che è quasi impossibile cogliere.Gli adulti non si occupano dei bambini se non per punirli, o per abusarne. Lo scopo è inculcare loro a forza l’obbedienza. Perché questo è il nastro bianco del titolo, che dal pastore viene definito ‘simbolo di innocenza e di purezza’: obbedienza.E quindi i bambini obbediscono. E la crudeltà che sviluppano insieme all’obbedienza diventa sempre più sconvolgente. Perché applicano alla lettera gli insegnamenti: ogni infrazione alla regola va sradicata alla radice, e le colpe dei padri ricadono sui figli. La trappola è scattata, non c’è possibilità di riscatto.Te li immagini marciare allineati, da lì a una decina d’anni, sotto la Porta di Brandeburgo con la faccia rivolta verso il Führer. E ti immagini le bambine diventate grandi fare la guardia zelanti alle prigioniere del campo di sterminio.Ma non è solo questo (come se fosse poco, per carità). È che Haneke ci sussurra all’orecchio: credi davvero di vivere in un mondo diverso? Il mondo in cui vivi è sostanzialmente lo stesso: chi ha il potere se lo tiene stretto e fa vivere tutti gli altri in miseria. E a te hanno insegnato a obbedire fin da piccolo.Siamo ricattabili come il contadino che teme che non gli venga dato lavoro alla stagione successiva. E sono ancora i preti, e i pope e i mullah, a dettare le regole della vita. E con quale dedizione questo sistema viene portato avanti da tutti, da vittime e carnefici, sommersi e salvati.

17 novembre 2009

La persecuzione dei giovani

La persecuzione dei giovani

di Andrea Scarabelli


Se vedi novanta poliziotti in assetto antisommossa a Milano, sui navigli, in un’alba spenta che solo novembre sa offrire, pensi di assistere a un’operazione di estrema gravità e urgenza. Magari per sventare qualche pericolosissima minaccia terroristica esotica, come quella che da oggi scopriamo incombere sul nostro premier. Se poi li vedi circondare il Lab Zero o Ringhiera, insomma la casa occupata sul nuovo parco lungo Ripa di Porta Ticinese, pensi che sia imminente lo sgombero, un’altra mossa dell’offensiva unilaterale innescata da questa città contro tutti gli spazi non omologati in nome della “riqualificazione”.Invece, no.Questo venerdì 13 novembre, quell’impressionante schieramento di poliziotti è lì per arrestare tre degli occupanti. Tre pericolosissimi appena ventenni, ancora addormentati. Altri due ragazzi sono già stati prelevati dalle loro abitazioni nell’hinterland, buttati giù dal letto come criminali pronti alla fuga. Tutti e cinque hanno tra i venti e i ventiquattro anni, uno di loro finisce a San Vittore, gli altri quattro ai domiciliari. L’accusa è di rapina aggravata e lesioni, sembra che rischino dai quattro ai dieci anni di carcere.Che cosa hanno fatto?Si sono rifiutati di pagare qualche centinaio di fotocopie fatte presso la libreria Cusl dell’Università Statale, il 2 ottobre scorso. Un bottino di al massimo una ventina di euro.
Forse la notizia riportata nella sua brutalità può restituirci un po’ dello sconcerto che non siamo più in grado di provare. Mese dopo mese, in questa Italia e in questa Milano, stiamo imparando ad accettare nuovi livelli di realtà. Una situazione simile fino a poco tempo fa sarebbe stata letta come un falso, uno scherzo, una deformazione, qualunque cosa; oggi esiste, è terribilmente reale, forte di tutti i presupposti che l’hanno resa possibile. La nostra opinione pubblica sembra vivere in una condizione di stress post-traumatico che fa accettare passivamente qualsiasi cosa.Siamo pronti quindi a tollerare un simile spreco di risorse pubbliche per uno schieramento di forze delirante, allo scopo di fermare cinque persone perfettamente reperibili in qualsiasi momento, cinque ragazzi che avevano compiuto un’azione la cui gravità si equipara al rubare la merenda a un compagno a scuola, nell’ora di ricreazione. Cinque ragazzi appena più giovani di me, che ora rischiano di vedere la loro vita rovinata. In una città come Milano, in cui è ormai impossibile nascondere il vergognoso scandalo della penetrazione della criminalità organizzata nell’edilizia e nei fantomatici lavori per l’Expo, in cui evidentemente i problemi di illegalità stanno a ben altri livelli, questo non può e non deve essere reale.Lo è, invece, e non solo: ci tocca leggere articoli di giornale spietati come quelli subito comparsi, pronti a trattare questi ragazzi come soggetti altamente pericolosi, con grande sprezzo del ridicolo.
È ormai evidente che stiamo assistendo a una vera e propria persecuzione dei giovani, come aveva già osservato qui Valerio Evangelisti nel suo editoriale Ucciderli da piccoli: anche questo ennesimo episodio non deve essere considerato slegato dagli altri agghiaccianti avvenimenti degli ultimi giorni. Prima di tutto le circa sessanta denunce partite per i cortei dell’Onda dello scorso anno. Poi l’assedio sistematico a tutte le forme di cultura e di aggregazione giovanile, con l'esempio surreale dell’inaugurazione della cancellata che impedisce l’accesso alla collinetta davanti al Mom proprio nel giorno del ventennale della caduta del muro di Berlino (!). Qualsiasi richiesta di spazi viene negata, prima a parole, e poi da uno sbarramento di manganelli. Infine forse il caso più angosciante di tutti, la chiusura del liceo serale statale Gandhi, fiore all’occhiello della città, i cui studenti sono stati a loro volta perseguitati, continuamente sgomberati, picchiati e dispersi, e aspettano in presidio permanente in tenda da due mesi, solo per rivendicare il proprio diritto allo studio. Il comune ha avuto il coraggio di mantenere la propria posizione anche dopo la sentenza del Tar che ha dato ragione agli studenti, bloccando la chiusura della scuola. Sempre venerdì 13, di sera, gli studenti hanno provato a occupare per protesta la sede delle scuole civiche, in via Marsala. Sono stati sgomberati la mattina dopo, all’alba, dai soliti poliziotti armati fino ai denti come se dovessero fare irruzione in un covo mafioso. Il video dell’operazione stringe il cuore.Eppure anche questa realtà è possibile, proprio perché abbiamo imparato ad accettarla: quella della fiamma ossidrica della polizia che apre la porta, mentre gli studenti sempre più angosciati cantano in coro con voce rotta “vogliamo solo studiare”.
Ho scritto questo intervento di getto, pieno di sconcerto e rabbia per quanto accaduto e per il fatto che quasi nessuno avesse preso posizione in merito, e proprio ora mentre rileggo il pezzo sto seguendo la diretta del corteo di oggi, sempre a difesa del liceo Gandhi, in centro, in cui la polizia ha fermato altri quattro ragazzi e caricato i manifestanti. Difficile davvero, di questi tempi, essere giovani a Milano. Non respiri, e non si tratta solo dei veleni a cui l’aria ti condanna ogni giorno. Non esiste lo spazio vitale per crescere, agire, fare proposte culturali proprie. Non esiste un mercato di lavoro capace di vederti come una risorsa, e non come un pezzo di carne rimpiazzabile in qualsiasi momento, e fino ad allora sfruttabile a piacere, gratis. Difficile davvero, resistere alla tentazione di andarsene da un paese che sa solo sputare su di te. E che ti ripaga così della scelta di restare, di impegnarti a costruire qualcosa in mezzo a tutto questo disastro. Rimboccati le maniche, perché sarà dura davvero.

www.carmillaonline.com